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Storia 

 

Collocato sul dorso di una collina, alle pendici di Colle Madonna, fra i torrenti Schiavone e Festina, sorge Civitella Casanova, comune di 1947 abitanti della Provincia di Pescara, inserito nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nel distretto delle Grandi Abbazie. Civitella Casanova presenta un territorio molto vasto frazionato in diversi abitati; caratteristica è la frazione di Vestea, posta in posizione elevata (595 m s.l.m.) e panoramica su un crinale sottile, tra le valli dei torrenti Schiavone e Mirabello, alle pendici del Monte Bertona.
Gran parte del territorio civitellese abbraccia la zona montana del versante orientale del massiccio del Gran Sasso, si va da un’altitudine minima di 240 m s.l.m. a quota 1581 m della Cima della Cioccola. La vetta rappresenta l’importante punto di accesso alla Piana del Voltigno, area  di notevole interesse naturalistico, singolare esempio di formazione carsica. L'altopiano si presenta suggestivo durante la stagione invernale, allorché è coperto dalla neve. Grazie alla presenza di piste battute è possibile praticare lo sci di fondo. Lo scioglimento delle nevi, che nel periodo invernale cadono in abbondanza, favorisce la comparsa in primavera di numerosi laghetti carsici dal notevole effetto paesaggistico. D'estate essi scompaiono quasi totalmente, tranne uno, a proposito del quale la tradizione paesana ritiene che esso non abbia fondo da ciò il suo nome: Lago Sfondo. Durante l'estate, il Piano del Voltigno è utilizzato per la pratica dell'alpeggio di bovini, equini e ovini. Gli innumerevoli sentieri che attraversano tutta l’area fa di esso una meta escursionistica molto apprezzata.
In Località Taffarelle sgorga una sorgente di acqua solforosa. Scoperta nel 1839 è stata oggetto di recenti interventi di captazione e sistemazione.

 

CENNI STORICI

La prima citazione esplicita di Civitella compare nell'884 nel Memoratorium dell'abate Cassinese Bertario, ove si legge che il monastero di Montecassino possiede 3000 moggi di terra "in pertinentia de Civitelle": l'attuale Piana di San Benedetto.
La seconda citazione è nella Chronica Monasteri San Bartolomei di Carpineto, redatta dal monaco Alessandro (XII sec.), il quale afferma che sotto l'abate Giovanni (1116 - 1148) il nobile Transimundo, figlio di Bernardo, donò al monastero di Carpineto "in castello Civitella unam petiam terrae in plano", tra la terra di san Michele (da cui ha preso il nome un'antica fonte restaurata) e la via salaria che delimitava ad ovest ed a nord-est "il piano" ove in età moderna si è esteso il centro abitato lungo il nuovo tracciato urbano.
Questa strada fu importantissima più in età pre-romana perché collegava i Vestini Cismontani (Peltuinam , Avenia, Oufina) con Pinna (capitale dei Vestini transmontani) e con le Saline (ad Salinas) alla foce del fiume omonimo: da qui il nome salaria, via del sale.
Autorevoli studiosi collocano nella Piana di San Benedetto, l'oppidum di Cutina (primitivo nucleo urbano di Civitella) che con l'uso di scale fu espugnata e distrutta nel 325 a.C. dal console Giunio Bruto Sceva a conclusione della guerra di Roma contro i Vestini (cfr. Tito Livio VIII 29, 13-14). Altri studiosi collocano invece Cutina nell’attuale borgo di Terravecchia, la parte più antica del Paese tuttora abitata.
A Vestea (frazione di Civitella) di origine antichissima, in prossimità del nucleo urbano della frazione (località Colle Quinzio) è stata scoperta una necropoli Vestina del VI secolo a.C. Le antiche origini della frazione sono rilevabili dal nome Vestea (la forma medioevale Vestigio rimanda al latino vestigia, rovine). In un documento del 1210 si precisa che una strada collegava il Castello di Bertona all’antico insediamento Vestigium. L’etimologia di Vestea da vestigia è confermata dall’appartenenza della frazione al comune di Civitella, il cui nome risale indubbiamente al latino medioevale civitas con il quale si indicavano centri con resti di antiche costruzioni).
Il nome del paese anticamente era Civitella della Badia o dell’Abbadia e anche Civita della Abbatia e Civitella dell’Abate (aa. 1595, 1625, 1636). La seconda parte del nome (Casanova) è tratto dall'Abazia Cistercense di Santa Maria di Casanova, poiché Civitella fu capoluogo dello stato feudale delle Terre di Casanova (comprendente: Carpineto, Brittoli, Celiera) di cui era "utile barone" l'Abate del Monastero.
Di questo complesso abbaziale, sorto nel 1191, per volontà della contessa Margherita, madre di Berardo II, Conte di Loreto e Conversano. Il monastero, affidato all’ordine Cistercense, fu tra i più potenti del centro Italia, il più illustre e celebre tra i cinque cistercensi sorti in terra d’Abruzzo. Nel momento di maggiore prosperità, arrivò ad ospitare 500 monaci, molti dei quali dediti agli studi umanistici, alla trascrizione dei testi ed alla miniatura dei codici in cifre longobarde (celebre libraio e famoso miniaturista fu Erimondo, monaco originario di Civitella) e tra i suoi feudi vantava le terre di Carpineto, Fara, Cretano, Vestigio, Brittoli, Lucera di Puglia e persino le Isole Tremiti. Il Cenobio regnò glorioso per quasi sette secoli. Tra i suoi Abati e Commendatari citiamo Gaspare Colonna (Cameriere Segreto di Papa Martino V), Giovanni Orsini (Arcivescovo di Trani), Francesco Piccolomini (futuro Papa Pio III), Pompeo Colonna (Cardinale), Federico Borromeo (Cardinale Ambrosiano), Nicolò Caracciolo (Cardinale). Sopravvennero il declino e la distruzione durante il regno di Giuseppe Bonaparte (1807).
L’Abbazia rappresenta una delle massime espressioni dell’architettura borgognona abruzzese, qui viene applicata per la prima volta la costruzione della volta sesti acuta, alla quale, inseguito, si conformano molte altre costruzioni ecclesiali.

 
EMERGENZE STORICHE


-             Statuto del 1566. Lo statuto di Civitella Casanova del 1566 è un documento rinvenuto casualmente nell’Archivio di Stato di Teramo mentre alcuni impiegati riordinavano un fondo dei Processi Civili.
Il manoscritto rilegato con pergamena è composto di 37 pagine. Il testo è stato scritto da un’unica persona, come si può dedurre dalla grafia sempre uguale e dallo stesso tratto di inchiostro lasciato dalla penna. Lo statuto si divide in tre parti: la prima è composta dai 49 capitoli; la seconda parte è intitolata “Tavola degli atti i’ corte del Magnifico Signor Governator’ di Casanova”, ove sono elencati i prezzi di ogni atto giuridico, burocratico e amministrativo emesso dal governatore del paese; la terza parte è la “Tavola et repertorio delle cose contenente nelli presenti capitoli”, una sorta di indice per agevolare la consultazione del testo. Quest’ultima parte probabilmente è un’aggiunta posteriore.
La visione dei capitoli dello statuto, oltre ad essere importante dal punto di vista linguistico, lo è anche da un punto di vista storico. Dai vari capitoli emerge uno spaccato di vita quotidiana di un centro rurale del Cinquecento.  Nel complesso lo statuto di Civitella Casanova mostra un ambiente contadino e pastorale, in cui la comunità vuole perseguire un ritmo di vita pacato e armonioso, una solidarietà sociale quasi fraterna, non si contemplano veri e propri crimini come gli omicidi, incendi dolosi, truffe e delitti contro il buon costume e l’ordine della famiglia. I “Capitula” riflettono piuttosto le abitudini antiche di alcune città meridionali legate ad usi e costumi delle Comunità e possono essere considerati come una parte di quel complesso di consuetudini di diritto civile, penale, politico e amministrativo che permisero a molte cittadine dell’Italia Meridionale di mantenersi autonomamente. Vi si trovano pertanto norme di regolamentazione delle feste patronali, dei funerali, dei battesimi e dei matrimoni, capitoli che regolano la lavorazione del grano e la vendita della farina, quindi norme che assicurano un corretto e onesto commercio pubblico, tra queste è necessario sottolineare le rigorose disposizioni relative alla vendita e alla conservazione delle carni, altri capitoli si occupano di definire la sorveglianza degli animali grossi e di illustrare le ammende relativi ai danni che essi possono arrecare, quindi la normativa riguardante i rapporti sociali, comprese le attività di svago come il gioco delle carte e dei dadi.
Il documento permette di ricostruire l’anima di un popolo fiero dei suoi costumi e forte di una personalità inconfondibile.

 
-             Monte dei Maritaggi (o Monte Pulsoni). Il Monte dei maritaggi di Civitella Casanova, sotto il titolo di Monte Pulsoni, istituito con i beni lasciati in eredità al Comune dal fu Lorenzo Pulsoni in forza di testamento olografo 10 agosto1832, venne eretto in ente morale con Regio Decreto 21 luglio 1847 e in virtù della legge di concentramento del 25 gennaio 1894 fu in seguito amministrato dalla Congregazione di Carità. La sua finalità era quella di conferire ogni anno tante dotazioni quante ne permetteva la propria rendita a "giovinette nobili, povere ed oneste" nate e domiciliate nel comune di Civitella Casanova e di impiegare la rendita residua per i poveri dello stesso comune. In seguito fu amministrato dall'ECA (Ente Comunale di Assistenza). Gli atti presenti in archivio ne confermano l'esistenza ancora nel 1979.

-             Massacro di Civitella. L’episodio rappresenta una delle pagine buie del Risorgimento Abruzzese e più in generale del Risorgimento Italiano. Com’è noto tutto l’Abruzzo visse i moti e le agitazioni che condussero il popolo italico all’unità, in particolare l’area teramana dell’Abruzzo Ulteriore, di cui Civitella Casanova faceva parte. Quella di Teramo era terra di confine, limite settentrionale del Regno di Napoli, poi Regno delle due Sicilie, questo territorio era continuamente attraversato da uomini e da idee, importante anello di congiunzione tra il sud e il nord della penisola, quindi tra realtà profondamente disomogenee. Il fermento culturale e politico del periodo interessò anche Civitella già teatro di vendite carbonare e incursioni di briganti. Tracce di questo periodo storico si riscontrano nella toponomastica urbana: Contrada Brigantello, Vico della Carboneria, Piazza Risorgimento, etc.
Proprio al fenomeno del brigantaggio è legato quello che oggi viene ricordato come il “Massacro di Civitella”. Era il 5 ottobre 1861, quando vennero giustiziati, senza regolare processo, nove civitellesi accusati di brigantaggio. Un distaccamento della Guardia Nazionale di stanza a L’Aquila, mentre era in perlustrazione, aveva sorpreso questi uomini con delle armi. “Scambiati” per dei banditi furono fucilati sul posto, in località Bufara. Testimonianze scritte di questa vicenda si trovano presso l’Archivio di Stato di Teramo e nell’Archivio Comunale di Civitella Casanova, dove sono conservati documenti relazioni e carteggi tra le istituzioni civile e militari dell’epoca e che ricostruiscono in parte l’accaduto.

 
-             Separazione da Celiera. La lenta decadenza dell’Abbazia di Casanova e i frequenti passaggi da un feudatario all’altro, nonché il brigantaggio sempre più presente in queste zone dell’entroterra abruzzese unitamente ad altri fattori caratterizzanti il periodo storico, avviarono Civitella e altri paesi verso la perdita della loro prosperità. Lotte accese si svilupparono nel comprensorio (Carpineto, Civitella, Brittoli, Celiera, Civitaquana, Cugnoli e Nocciano) quando si trattò di procedere alla spartizione dei demani comunali, alla costruzione dell’acquedotto civico e alla divisione delle spese per il mantenimento del Palazzo Carcerario di Catignano.
Le discussioni, spesso animate e non sempre pacifiche, diedero luogo a ricorsi giudiziari che si protrassero in processi voluminosi e in appelli interminabili con grandi sacrifici economici. La disputa più violenta scoppiò tra Civitella e Celiera, per il possesso del piano della “Bufara” e della montagna sovrastante, nonché per la ripartizione dei consiglieri comunali. La Celiera, per la verità, teneva aperta una contesa giudiziaria, dinanzi alla Camera della Sommaria, fin dal 1777, affinché i demani comunali, goduti in precedenza promiscuamente, fossero con equità suddivisi. Nel 1811 il Commissario De Thomasis dispose la ripartizione in modo che a ciascuna Università restasse attribuita la quota che ricadeva a suo profitto, il bosco pertanto venne diviso in tre parti, due andarono a Civitella e una a Celiera. L’ordinanza non divenne mai esecutiva perché nel frattempo si era verificata la fusione dell’Università di Celiera con quella di Civitella, atto però che non fu mai accettato dagli abitanti della frazione che continuarono a battersi per rivendicare i presunti diritti acquisiti. La separazione amministrativa dei due centri, a partire dal 1 gennaio 1914 (come stabilito dalla legge 486 della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 30 maggio 1913), sancì la fine delle ostilità tra le due piccole comunità.
 
-             Civitella e la Seconda Guerra Mondiale. L’occupazione tedesca. L’Abruzzo dei primi decenni del Novecento è una terra ancora arretrata e squilibrata. Una terra messa in ginocchio dalla fame e dalla povertà endemica soprattutto nell’entroterra. La disponibilità al sacrificio e ancor di più la disperazione che aveva spinto la gente d’Abruzzo a partire come emigrante verso terre lontane o come lavorante stagionale o come pastore transumante, allo stesso modo spinse l'abruzzese a contribuire alle "guerre del duce": prima partecipando alla guerra d'Etiopia, poi a quella di Spagna, mosso dalla disoccupazione, dai debiti, dalle dure condizioni di vita, piuttosto che da unanime sincero slancio ideale.
A Civitella Casanova il sentimento fascista si diffonde e le istituzioni locali ne vengono pervase. Molti sono i seguaci iscritti al Partito Nazionale Fascista e la comunità partecipa, contribuisce e obbedisce alle iniziative e ai comandi provenienti dagli organi e dalle associazioni del littorio.
In Piazza Duca degli Abruzzi sulla facciata di un’abitazione un imponente profilo del duce, ancora oggi visibile, ammoniva i civitellesi: “Dopo i miei discorsi, dovete abituarvi ai miei silenzi!”.
Il 1928 segna una data importante per Civitella, entra infatti a far parte della neonata Provincia di Pescara, fortemente voluta dal fascismo. Gli anni che portarono allo scoppiò del Secondo Conflitto Mondiale trascorsero velocemente e la guerra, dopo l’iniziale patria euforia, portò con sé miseria, carestia, nuove tasse e distruzione.
Il periodo più duro fu però quello dell’occupazione tedesca, periodo durante il quale fu acceso lo scontro tra i fascisti e chi si opponeva al regime.
Dopo i bombardamenti del 1943 che colpirono pesantemente la città di Pescara, Civitella si trovò a far fronte alle necessità dello sfollamento, numerose famiglie arrivarono dal Capoluogo e dalle cittadine della costa per rifugiarsi e per cercare ospitalità, molte sono le testimonianze di riconoscenza che ancora oggi giungono a Civitella e ai civitellesi da chi fu accolto in paese durante quel periodo.
L’esercito nazista si era stabilito con un comando della Wehrmacht, occupando Palazzo Jandelli, mentre in una delle stanze al piano terra di Palazzo De Blasiis avevano allestito un deposito di  munizioni.
Nel corso del 1943, quando le incursioni delle forze alleate divennero sempre più insistenti, il nervosismo delle truppe tedesche si tradusse in una repressione ancora più dura delle comunità occupate: continui rastrellamenti e perlustrazioni per catturare dissidenti e partigiani, razzia di provviste, e distruzione di abitazioni e fabbricati. In questo periodo si compirono infatti alcuni dei crimini più gravi. Tra tutti ricordiamo il caso di Camillo e Vincenzo Granchelli. La famiglia dei due fratelli diede rifugio ed ospitalità ad un soldato inglese, che insieme ad altri si era paracadutato in zona per operazioni di spionaggio. A seguito di una “soffiata” alcuni uomini del comando nazista di stanza a Civitella, non riuscendo a catturare il soldato inglese, arrestarono i due fratelli conducendoli prima al campo militare di Civitaquana e successivamente a L’Aquila. Era il 13 marzo 1943. Seguirono altri spostamenti fino a che i Fratelli Granchelli non giunsero a destinazione: il lager di Dachau. Rimasero li prigionieri per circa due anni, fino a quando morirono, Vincenzo il 14 marzo 1945 e Camillo il 27 agosto dello stesso anno. L’unico ed ultimo messaggio di Camillo, durante la prigionia, fu una cartolina che scrisse poco prima di morire, ormai logorato nel fisico e nell’anima, nella quale salutava la famiglia con la speranza di ricongiungersi un giorno in cielo… Vincenzo e Camillo sono sepolti nel cimitero di Monaco insieme alle altre vittime dello sterminio nazista. Una lapide posta sulla facciata del palazzo comunale ricorda il loro martirio.
Il 14 giugno del 1944 presso la segreteria comunale di Civitella Casanova si insedia il nuovo consiglio comunale provvisorio con il Sindaco Augusto Granchelli designato dal locale Comando dei Patrioti Italiani. Nella relazione del Sindaco reggente si legge l’appello agli altri membri del consiglio: “[…] Dalla ritirata delle truppe tedesche di invasione, che ha saccheggiato di ogni cosa che ha fatto loro comodo e piacere e distrutto altra tanta parte alla popolazione, la quale è rimasta al verde di tutto […] con grave difficoltà per l’approvvigionamento derivante dalla mancata assegnazione a questo comune e dall’interruzione della viabilità, per rottura di due ponti a nord e tre ponti a sud, fatti saltare con mine dal nemico. Il nostro compito si riassume nel mantenere la massima calma e disciplina fra la popolazione e di adoperarsi con tutta buona volontà a provvedere all’alimentazione di essa, che presenta difficoltà quasi insormontabili nell’attuale momento, tralasciando di interessarsi di beghe politiche ed altro che possa turbare minimamente l’ordine”.

 
PERSONAGGI STORICI

-             Severino Galante ( 1753- 1827 )
Severino, fratello minore dell’Abate di Civitella Don Vincenzo Galante, viene ricordato per la sua attività di pittore. Non si hanno informazioni sulla sua vita, ma molte sono le opere ancora oggi apprezzabili. Alcuni dipinti si possono trovare a Civitella Casanova nella Chiesa parrocchiale, nel Palazzo de Blasiis e all’interno di Palazzo Pignatelli, dove sono visibili stanze completamente affrescate. Eseguì un ritratto del dottor Lorenzo Pulsoni, conservato attualmente nel Palazzo Municipale. Numerose sue opere sono anche conservate nella Chiesa parrocchiale di Catignano, mentre tre tele di ottima fattura e stato di conservazione si trovano nella chiesa della Pietà alla periferia di Moscufo.
 

-             Famiglia Jandelli
Civitella Casanova deve la grande tradizione nell’ambito della pubblica istruzione e della cultura soprattutto alla Famiglia Jandelli. A Vittorio Jandelli “con onorata fama di buon teologo e canonista” (come lo definisce il Cherubini) infatti spetta il merito di aver pensato per primo all’educazione dei fanciulli meno abbienti. Risale al maggio del 1835 la richiesta al Sindaco del Paese del permesso di poter “tenere in propria casa una scuola primaria a porte aperte”. Ottenuta l’autorizzazione, avviò da subito le lezioni, riscuotendo grandi consensi. Costretto a spostarsi continuamente per impegni temporali e spirituali lasciò la gestione della scuola al padre Camillo, al quale spetta l’onore di aver introdotto per primo in Abruzzo la “Scuola di Mutuo Insegnamento”. Nel novembre 1847 aprì “La scuola dell’abaco del leggere e dello scrivere” e fino alla fine del 1850, con grande impegno, dedizione e competenza, ne fu l’unico responsabile. Affetto da miopia e sordità fu costretto a chiedere di essere esonerato. A sostituirlo venne chiamato Andrea Granchelli, in quanto Gaetano Jandelli, il terzo della famiglia, non era gradito alle autorità politiche del tempo.
Il Sindaco Tito De Blasiis, si mostrò fermo e intransigente, nel difendere la scuola di Civitella Casanova quando il Consiglio Provinciale Scolastico di Teramo ne paventò la soppressione. Si impegnò in prima persona per difendere l’invidiabile tradizione pedagogica che il paese poteva vantare, addirittura propose la creazione di un “Corso Popolare triennale” per sopperire la mancanza di scuole serali.
 
-             Gaetano Jandelli
Nacque il 7 agosto 1827 a Civitella Casanova da Camillo Jandelli e Agnese Mattucci, discendenti di antiche nobili famiglie del luogo. Ebbe istruzione ed educazione domestica fino al termine dell'adolescenza, poi in giovinezza, la continuò presso il fratello Vittorio. Il giovane Gaetano perfezionò più tardi i suoi studi in scienze fisiche e matematiche nell'Università di Napoli, dove si laureò in filosofia. Iniziò l’insegnamento nel seminario di Penne, ma, sospettato di liberalismo, fu costretto dal governo borbonico ad abbandonare l’Istituto. Solo nel 1855 gli fu concesso di riprendere l’insegnamento, in privato e a Città Sant’Angelo. Con l’unificazione dell’Italia venne nominato dal nuovo governo, prima ispettore, e successivamente primo preside del Liceo di Teramo, dove rimase fino al 1872. Dopo aver insegnato filosofia nei licei di Cremona, Alessandria e Bari, passò al “Parini” di Milano, e dal 1882 ottenne la cattedra di filosofia morale e l’incarico del corso di pedagogia presso Regia Accademia Scientifico - Letteraria di Milano, dove rimase fino al 1907.
Numerose sono le sue opere filosofiche tra le quali ricordiamo:
- Primi elementi di metafisica, Cremona, Montaldi, 1866
- Della vera dottrina di Arnaldo da Brescia, Alessandria, dalla tip. Guazzotti, 1871
- Del sentimento, Roma, Opinione, 1877
- Saggio sul sentimento del bello, Milano, Civelli, 1880
- Dell'unita delle scienze pratiche, Milano, Capriolo e Massimino, 1899
- Dell'unita delle scienze pratiche, Milano, SEL, 1902
- Teoria generale del valore: note pubblicate sui Rendiconti del R. Istituto Lombardo, Milano, Tip. Rebeschini Di Turati e C., 1910
- Della suggestione, Milano, Casa editrice L. F. Cogliati, 1912
- Fondamenti della morale: nozioni di protologia e psicologia morale, Torino, UTET, 1915.
Jandelli muore nel suo paese natale all’età di 96 anni. Gli furono rese le onoranze funebri giubilari.
=>FRATELLANZA CIVITELLESE
 
-             Giacinto Felsani
L’800 fu il secolo del Risorgimento, dell’affermazione del principio di nazionalità, il secolo in cui si andavano delineando sempre più nell’opinione pubblica sentimenti patriottici che portarono alla nascita di progetti ed azioni fondati su idee di libertà ed uguaglianza. Quegli stessi ideali che animarono Giacinto Felsani, esponente di spicco del movimento patriottico clandestino di Civitella Casanova. Iscritto alla Carboneria insieme ad altri 6 sostenitori del luogo, diede corpo a manifestazioni atte a sfidare il regime. Con cadenza settimanale (la domenica) il  gruppo organizzava “Le Sette Rivoluzioni”, cortei che si svolgevano per le vie principali del paese sventolando tricolori, inneggiando alla libertà e all’Unità d’Italia. Queste manifestazioni erano spesso represse con la violenza dalle autorità locali. Il Felsani nel 1848 fu arrestato e condotto nel carcere di Santa Maria Apparente a Popoli. Fu scarcerato grazie all’intervento di alcuni parenti influenti presso la corte di Napoli, con la promessa di non militare più nei gruppi di opposizione al regime borbonico. Tuttavia continuò imperterrito la sua attività di sovversivo. Insieme agli altri carbonari incontrò Mazzini, durante un sua visita a Penne presso la Contessa Castiglione. Braccato dalla polizia nel 1853, scomparve senza lasciare traccia di sé; secondo una voce popolare si sarebbe tolto la vita avvelenandosi, per evitare i dolori delle torture che gli avrebbero inflitto una volta catturato.
 
-             Giuseppe Tocco
Giuseppe Tocco, detto l’Africano, nasce a Civitella Casanova il 25 febbraio 1872. Viene ricordato per essere uno dei pochi superstiti della battaglia di Adua in Africa e, proprio per gli omaggi resi alla patria sul campo di battaglia, venne insignito della medaglia d’argento al valor militare. All’età di 23 anni prende parte alla spedizione africana; faceva parte di un reparto della brigata Arimondi che operava al centro dello schieramento italiano. Lo scontro di Adua era stato preceduto da un lungo periodo di scarsità di cibo per l’intera brigata che era ormai allo stremo delle forze. Durante il conflitto armato, l’Africano, perse conoscenza e subì gravi mutilazioni e sevizie. Riuscì a trovare il modo di salvarsi e di tornare in Italia dove gli fu assegnato un esercizio commerciale di Sali e tabacchi. Muore il 12 dicembre 1963. Nella cappella dove è sepolto c’è un’iscrizione a lui dedicata: “Cav. Tocco Giuseppe, grande invalido veterano dell’Africa, medaglia d’argento al V.M. umilmente dette alla patria tutto se stesso, e la servì sempre con coraggio e devozione. Riposa in pace.”

 

-             Giuseppe Garrani
Nacque a Civitella Casanova il 6 aprile 1891. La particolare inclinazione verso le discipline economico-amministrative emersa nel corso degli studi medi lo indusse a proseguire in quella direzione. Così vinta una delle tre borse di studio messe a concorso dalla Fondazione Ferdinando Bocconi, si iscrisse, nell’ottobre del 1911, all’Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano. Percorse una rapida e brillante carriera nell’insegnamento scolastico, che praticò, fra le altre sedi, a Fiume, a Milano e a Brescia, fino a quando, all’Università di Roma, ottenne la libera docenza.
Col ritorno in paese della vita democratica, il Garrani, grande ammiratore di Giuseppe Mazzini sin dalla gioventù, aderì al partito repubblicano e nella sua Civitella costituì un nucleo saldo e numeroso di seguaci; nelle elezioni politiche del 1948 fu candidato alla camera ed al senato, ma non risultò fra gli eletti.
Nell’anno accademico 1948-49 venne chiamato a ricoprire, per incarico, la cattedra di “Tecnica bancaria e professionale” presso la Facoltà di Scienze Economiche e Commerciali dell’Ateneo di Messina, incarico che ricoprì ininterrottamente fino al 1961.
Autore di oltre quaranta pubblicazioni su problemi di tecnica bancaria e di diritto commerciale, ampiamente recensite ed elogiate da autorevoli critici in Italia e all’estero, per la sua attività di maestro e di studioso conseguì diversi premi e riconoscimenti, nel 1952 fu insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”; nel 1959 vinse il concorso a premi per le scienze economiche bandito dall’Accademia Pontaniana di Napoli; fu accolto nell’Accademia Tiberina di Roma e nell’Accademia Teatina di Chieti.
Profondo cultore e studioso di arte e letteratura classica, fu un grande estimatore del sommo poeta Dante Alighieri, per questo veniva anche chiamato “il poeta dell’economia”. Ricordiamo il suo saggio “Il pensiero di Dante in tema di economia monetaria e creditizia”.
Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo il progetto di legge per l’azionariato operaio, formulato insieme a Giulio Andrea Belloni. Lo studio prende il via dalla tesi mazziniana dell’associazione volontaria, lavoro e capitale nelle stesse mani, che propugna la socializzazione o sindacalizzazione delle imprese, cioè il passaggio della gestione e della proprietà degli strumenti di produzione dai capitalisti ai lavoratori, mediante la creazione delle azioni di lavoro. Egli considera l’azionariato operaio o del lavoro come un mezzo di elevazione socio-economica delle classi lavoratrici e ritiene che l’introduzione di tale istituto nella legislazione positiva possa eliminare il contrasto tra il fattore lavoro ed il fattore capitale, nel rispetto della privata iniziativa e della libera concorrenza.
 
-             Tommy Evans
Tommaso Di Blasio, in arte Tommy Evans, fu un famosissimo musicista sia in Italia, sia in America. Tommì, come viene chiamato dai suoi conterranei, nasce a Civitella Casanova il 20 maggio 1893. Nei primi anni del ‘900, quando aveva circa 13 anni, partì per l’America per raggiungere uno zio che esercitava lì l’attività di sarto. Oltre ad aiutare lo zio, Tommì, iniziò a prendere lezioni serali di musica, divenendo uno dei più grandi sassofonisti della sua epoca. Da grande musicista qual era, imparò a maneggiare con grande abilità anche il corno francese, il clarinetto, il mandolino, e altri strumenti. Ottenuta la cittadinanza americana partecipò alla prima guerra mondiale a fianco dell’ Alleanza e, una volta tornato in America, iniziò una carriera artistica fulminante che lo portò a suonare nei più importanti teatri di New York e ad accrescere a dismisura la sua fama. Con grande originalità e inventiva riuscì a suonare contemporaneamente due sassofoni unendoli con due staffe, in modo tale da far sembrare che fossero due i musicisti impegnati. Tornato in Italia sposò Marsina Maria Catena, una ballerina di Messina conosciuta durante una tournee napoletana. Uscito incolume dalla Seconda Guerra Mondiale, si impegnò a finanziare la costruzione dell’altare laterale della Chiesa principale di Civitella Casanova al fianco del quale è tutt’oggi possibile leggere il suo nome e, soprattutto, formò un grande complesso di fisarmoniche che si esibiva in varie serate danzanti, così da dare la possibilità a molti giovani di imparare a suonare. 

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